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L'avversione al rischio nel poker

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L’avversione al rischio e la dissociazione monetaria nel poker

C’è un grande problema intrinseco nei soldi: il loro valore influenza chi ne ha responsabilità, e nessuno al mondo vuole perderli o distruggerli.
Quando una persona media si trova a dover amministrare una somma di denaro rilevante, questo meccanismo psicologico ancestrale si attiva in automatico, e volenti o nolenti ha un impatto nelle decisioni di questa persona.
La paura di perdere soldi, l’istinto di proteggerli. Attività encomiabili nella maggior parte dei casi, ma ci sono campi come il poker o la finanza dove questo può essere un problema.
Nel poker e nella finanza, i soldi sono l’asset principale, e tenerli nascosti per paura di perderli impedisce o rallenta la possibilità di moltiplicarli!
In entrambe le situazioni, infatti, ci si trova a investire dei soldi con l’obiettivo di avere un ritorno dell’investimento e a ritrovarsi con una quota maggiore rispetto a prima. Non sempre succederà, ma l’importante è che la somma totale di tutte le volte che lo si fa, sia profittevole.
Se però quelle cifre in ballo hanno un peso nell’emotività di chi le gestisce, c’è l’altissimo rischio di prendere una decisione sub-ottimale, e spesso anche di molto!
Si possono cercare soluzioni più “safe”, a rischio inferiore, ma con un ritorno molto più basso.

Avversione al rischio contro propensione al rischio

La definizione generale di rischio è “effetto dell’incertezza sugli obiettivi”, e va notato come questo non abbia un’accezione unicamente negativa, ma possa essere anche positiva. Quindi non è sbagliato dire “rischio di vincere troppo”!
La valutazione del rischio è molto familiare a chi ha studiato teoria del poker: si tratta della probabilità che l’evento si verifichi, moltiplicata per l’effetto che questo evento potrebbe avere sull’elemento in questione.
In economia, il rapporto con il rischio descrive la preferenza di un soggetto quando chiamato a scegliere tra un ammontare certo e una quantità aleatoria. Si spiegano da sé le tre forme diverse di rapporto con il rischio, avversione, neutralità e propensione.
Tra poker player si diffonde spesso la domanda apposita “Preferiresti un milione di euro o il 50% di possibilità di vincere due milioni?” che è perfetta per descrivere le tre situazioni.
Infatti, per valore atteso dovreste sapere che le due quantità sono assolutamente uguali, ma la risposta descrive la preferenza: chi sceglie un milione subito, è avverso al rischio, chi sceglie di scommettere è propenso al rischio, chi prova indifferenza è neutrale ad esso.

Imparare a gestire il rischio

Molti di voi si saranno trovati a rispondere “un milione subito!”, quindi sono avversi al rischio? No, qui entra in gioco un altro fattore molto rilevante, che è l’entità in gioco in proporzione al nostro abituale.
Per la maggior parte di noi un milione è ancora una cifra che fa la differenza, se in gioco ci fossero stati 20 centesimi, avremmo probabilmente tutti scommesso per rendere la cosa un po’ più interessante.
Questo è una parte dell’impatto psicologico del denaro sul giocatore. Più le cifre si fanno importanti per noi, meno propensione al rischio avremo, e per questo motivo esiste la gestione del bankroll che ci permette di giocare sempre cifre che non influenzino le nostre decisioni.

La gestione del rischio nel poker

Il bankroll da solo però non è sufficiente, perché un giocatore può dare più valore a uno stack di quanto valga a livello monetario. Magari ossessionato dall’idea di voler chiudere la sessione in positivo, preferisce non rischiare di perdere uno stack.
È qui che entra in gioco il fattore mindset, la capacità di mettersi nell’ordine di idee di cosa sia il rischio e comprendere che a volte assumerselo è più vantaggioso.
Il problema reale, infatti, arriva quando la propria avversione al rischio (che nella definizione precedente paragonava due quantità identiche, una sicura e una aleatoria) si fa così forte da preferire una somma certa a una somma “rischio” di valore maggiore.
Come se vi avessimo chiesto: “Preferisci un milione ora, o un 50% di possibilità di avere 2 milioni e mezzo?”
Un giocatore di poker non è propenso al rischio né avverso ad esso. Deve essere bravo a calcolarlo, comprenderlo e approfittare delle occasioni in cui questo è un beneficio.

L’importante è il valore atteso

Tutto questo si traduce sostanzialmente nella comprensione del valore atteso, che è – di fatto – l’unico interesse che deve avere un poker player in ogni istante delle sue partite.
L’esempio più illuminante è quando un torneista si trova in una situazione di push-fold, magari in prossimità di un payjump e/o quando un altro giocatore ha rilanciato o è andato all in a sua volta.
A volte la paura di perdere porta a prendere la decisione più cauta e meno aleatoria, un bel fold in questo caso, un call o un check in altri. Ma calcolatrice alla mano ci si rende conto che nella long run, prendersi il giusto rischio avrebbe portato dei benefici.
Magari spesso il risultato sarebbe stato uscire dal torneo e perdere, ma le volte in cui avrebbe vinto, il guadagno medio avrebbe compensato ampiamente le perdite. In altre parole, è +EV rischiare.
Un altro esempio plateale è la thin value-bet, ovvero una puntata fatta con una mano di medio valore che può prendere ancora qualcosina contro mani peggiori, ma così rischia di perdere ancora di più contro le mani migliori.
Spesso si predilige la strada più sicura: checkare o chiamare per andare allo showdown contro un range più ampio e vincere più spesso.
Tuttavia, se calcolando il valore atteso di questa mossa il risultato è positivo, non puntare è un errore, anche se alza la frequenza di volte in cui perderemo.
Temere la varianza porta a fare scelte sbagliate. Dobbiamo imparare per prima cosa ad essere neutrali al rischio, e poi saper valutare le situazioni per capire quando è il caso di rischiare.
Anche pochi punti percentuali di differenza possono generare un EV superiore, e privarsene è sempre un errore, nel poker.

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