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5 miti da sfatare sui poker pro
Se ti trovi su queste pagine di Top1percent, probabilmente hai il sogno o – meglio – l’obiettivo di essere un poker pro.
Questa figura del player che con talento, abilità, mindset e impegno è riuscito a fare del poker una professione, evoca un grande rispetto agli occhi di chi vorrebbe raggiungere lo stesso risultato. Basta immaginare il volto di Phil Ivey per percepire la sua aura di infallibilità.
Invece… questa percezione è un filo eccessiva! Anche i migliori sbagliano, e in certe cose anche in maniera costante.
Volete “rovinare” un po’ la vostra visione del professionista di poker? Benissimo. Ecco i 5 miti da sfatare sui poker pro!
Hanno sempre una gestione del bankroll perfetta
Il bankroll è la base di tutto, una delle armi più importanti dell’arsenale di un poker player.
Anche se una gestione del roll matematicamente perfetta può risultare un po’ complessa da seguire (non ti preoccupare, i coach Top1% possono pensarci al posto tuo!), almeno amministrare sommariamente le proprie finanze è indispensabile per non andare in bancarotta e crescere nella propria carriera.
Tutto questo è vero e innegabile: se vuoi crescere come player fino a diventare professionista, dovrai sempre sapere come e quanto giocare e investire oculatamente le tue finanze.
Peccato che non tutti i pro abbiano sempre fatto così. Anzi, la maggior parte delle vecchie glorie, quelli che oggi accostiamo all’appellativo di “leggenda”, prima o poi sono andati broke, hanno perso tutto.
Phil Ivey, Phil Hellmuth, Stu Ungar, Tom Dwan, anche il nostro Mustapha Kanit. Molti, nella loro fase iniziale, hanno rischiato molto per avere moltissimo, ma hanno finito per perdere tutto e riprovare. Alcuni addirittura passando per debiti e altre brutte pratiche che incrementano ancora il rischio.
Don’t try this at home, ovviamente, perché il rischio di perdere tutto è troppo alto, e poi ricominciare da capo sarà lento e faticoso. “O la va o la spacca” non è la filosofia ideale per chi punta al lungo termine.
Ad ogni modo, per la maggior parte è stato un modo di proiettarsi in alto velocemente. Una volta arrivati, hanno cominciato a essere più prudenti…
Sono sempre in A-Game
Infallibile. Con questo termine descriveresti molti dei top player al mondo. E in effetti in alcuni casi è difficile sostenere il contrario, se pensiamo a quelli che attualmente vengono definiti “migliore”, come Stephen Chidwick o Linus Loeliger.
In realtà solo una ristretta cerchia riesce davvero a rimanere concentrata al massimo per tutte quelle ore, a non distrarsi, a non fare errori. Anzi, probabilmente questa cerchia in realtà sbaglia, ma in maniera meno evidente degli altri.
Siamo tutti esseri umani, poker pro inclusi, e in quanto tali la nostra mente può essere più o meno in the zone e portarci a giocare di conseguenza, esprimere un poker migliore o peggiore.
Di tanto in tanto anche i professionisti fanno erroracci da dilettante, overthinkano, perdono l’action di una mano. A volte la pagano pure cara!
C’è da dire che molti pro lavorano duramente su questo aspetto, sia per massimizzare il tempo di A-Game che sono capaci di sostenere, sia per migliorare al massimo la qualità del proprio B-Game.
Per alcuni, questo comincia a coinvolgere vari aspetti della loro vita a 360°, a partire dai più comuni accorgimenti su dieta, attività fisica, meditazione e via dicendo.
Per quanto ci si possa lavorare, comunque, l’affaticamento dopo ore e giorni è inevitabile.
Non giocano ai casinò games e non “gamblano”
Quando ci si inizia ad interessare al poker, a conoscerlo, a giocare, una delle prime cose che vengono sottolineate è la differenza tra il poker e il gioco d’azzardo.
Certo, nel poker ci sono dei soldi in palio, c’è una componente di casualità imprevedibile, ma impariamo in fretta che grazie alla propria abilità è possibile contenere l’alea e vincere o perdere in maniera costante.
Si combattono quindi mille battaglie per difendere l’onore del poker, gioco che nulla ha a che spartire con altri giochi da casinò, scommesse, azzardi di ogni genere.
Il pokerista deve essere visto come una figura rispettabile, che con la propria mente e il duro lavoro è riuscito a trasformare un gioco in una professione. E, soprattutto, che non cede alle tentazioni a EV negativo come le slot machine o la roulette, perché lui SA che è una cosa stupida.
Niente di più falso.
Ci sono poker player che amano il poker e non nutrono interesse per i giochi d’azzardo, ma anche chi tra un torneo e l’altro si diverte a tentare la fortuna al casinò. È normale, ognuno ha i suoi gusti e anche i suoi vizi.
E poi c’è anche chi, come Phil Ivey, gioca ai casinò e trova il modo di exploitarli, e chi fa il gambler professionista e include nella sua attività qualche partita a poker ogni tanto.
Tendenzialmente, comunque, basta andare a un qualsiasi evento di poker live per vedere qualche pro ai tavoli di Hold’Em contro il banco, o trovarli nei corridoi a sfidarsi nelle prop bet più assurde.
Giocano GTO
Il picco più alto della teoria pokeristica moderna, la GTO è un concetto fondamentale per avere successo ai livelli più alti del poker, che sia live o online, cash o MTT.
Quindi i professionisti devono giocare tutti un poker ottimale, vero?
No, la Game Theory Optimal è bella complicata, impossibile da replicare con precisione da un giocatore reale. Anzi, nemmeno le macchine ci riescono ancora; le soluzioni dei solver sono eccellenti approssimazioni.
I professionisti passano solitamente molto tempo a studiarla e comprenderla, ma non per ripeterla perfettamente al tavolo.
Un primo motivo è sviluppare una sensibilità e una conoscenza più approfondita dei diversi scenari di gioco, i punti di equilibrio, eccetera. Insomma, capire i perché di certe risposte dei solver e trarne dei concetti da applicare nelle situazioni che affronteremo.
Più che un “devo puntare 33% pot con una frequenza del 92%”, sarà un “in questo caso dovrei puntare spesso e usare una size piccola”. Riconoscere le situazioni, ecco.
Inoltre, molti giocatori preferiscono uno stile di gioco di tipo exploitative, ovvero tarato sulle inclinazioni dell’avversario che hanno di fronte.
Per imparare a sfruttare i punti deboli degli altri giocatori, però, bisogna prima di tutto imparare a riconoscerli, e poi capire come reagire. Entrambe le cose… partono dalla conoscenza di un gioco equilibrato.
Sono tutti dei geni
Ora che il poker è ufficialmente un Mind Sport, è chiaro che bisogna avere un cervello ben sopra la media per eccellere!
In un gioco complicato come questo, del titolo di “migliore” si può fregiare solo chi è estremamente talentuoso o intelligente. Una calcolatrice umana, un pozzo di conoscenza pokeristica, di attenzione ai dettagli, un gran maestro di psicologia e linguaggio del corpo.
Ammettiamolo, conoscendo poker player professionisti spesso si possono confermare pensieri del genere. Molti sono effettivamente di un livello superiore alla media.
Esistono però tante eccezioni, addirittura giocatori che potevano essere non portati per la matematica, ma che lavorando sodo e impegnandosi a fondo sono riusciti ad arrivare sulla vetta.
Esattamente come un uomo che sogna di scalare una montagna difficile. Potrà non avere la fortuna di un fisico adatto, ma con l’allenamento, raffinando corpo e tecnica, e soprattutto con la determinazione e la disciplina, alla fine riuscirà a piazzare la bandierina sulla vetta.